Capita che ogni tanto escano sulla scena dei film che superano la mera ideologia del racconto. “Requiem for a dream” è un opera dai tratti cupi, centrata su una crisi di senso generalizzata della società americana. Non è la storia di alcuni personaggi, come potrebbe apparire ad una prima analisi, ma è un racconto di sentimenti e valori in declino.

Darren Aronofsky porta così in scena una pellicola sperimentele, contro tutti gli streotipi hollywoodiani e quasi quasi grottesca, in cui ogni stato d’animo dei personaggi è rappresenteto da una distorsione del montaggio classico, proprio il montggio frenetico ci porta dentro le vene dei protagonisti, seguendo il percorso delle droghe che arrivano dritte al cervello e danno vita a visioni allucinanti e paurose: frigoriferi che camminano, set televisivi trasferiti nel salotto di casa, viaggi extracorporei, desideri che diventano incubi persecutori, il film è un campionario di allucinazioni visive che stordiscono e stravolgono.
La dipendenza è la protagonista assoluta del film, fin dalle prime scene, momento della separazione tra la madre e figlio. La traduzione scenica dell’ allontaneamento delle due figure avviene attraverso la divisione tra le due inquadrature, che tagliano esattamente a metà il video, da una parte la madre chiusa in una stanzache osserva il figlio dal buco della serratura come una spettatrice, dall’altra il figlio che ruba il televisore alla madre per pagarsi le prossime dosi. Il televisore diviene una porta di passaggio, dal momento che i mass media sono la forma di dip
endenza della madre, che poi si trasfotmerà in dipendenza da anfetamine.
Figlio: “Smettila di prendere quella roba.[...]Alla fine non riuscirai più a farne a meno[...] Ma che ti importa di andare in TV, pensa dove andrai se continui a prendere quelle maledette pillole.”
Madre: “[...]Tra poco milioni di persone mi vedranno, e tutti mi vorranno bene [...] E’ un motivo per dimagrire, per entrare nel vestito rosso, e un motivo per sorridere, per pensare che il domani sarà bello. Che cosa ho altro, Henry? Perchè affannarmi a lavare i piatti, a fare il letto. Lo faccio, ma perchè dovrei. Sono sola, non ho nessuno per cui darmi da fare. Sono sola. Sono vecchia. Adesso così io sto bene. Sono contenta di poter pensare al vestito rosso, alla televisione, a te e a tuo padre. Adesso quando sto fuori al sole io sorrido”
La pellicola è suddivisa in tre capitoli: Estate, Autunno, Inverno. Già dai nomi delle suddivisione è capibile che non può esistere speranza, la dipendenza diviene il vincolo per la creazione di una sorta di guerra civile in cui non esiste più libertà. Con il sapiente utilizzo della colonna sonora, composta da Clint Mansell , la pellicola diventa un amaro affresco della condizione dell’uomo, sempre più solo e senza scampo.
Il rapporto tra parole e cose, che sopravvive solamente nell’inganno televisivo, resta uno stato latente di guerra dove non esiste una legge comune. L’America diviene così metafora di un mondo di valori in declino, in cui la dipendenza, che soffoca la libertà, invade le mura di ogni casa spezzando l’equilibrio tra spirito e corpo.
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ottima scelta
Commento di fra aprile 14, 2009 @ 4:02 pm